Rigopiano. La terra e la neve.

Rigopiano. La terra e la neve.

Un anno fa l’Abruzzo era sommerso dalla neve. Paesi isolati, emergenze di ogni tipo, collegamenti interrotti, intere zone rimaste per giorni senza corrente elettrica nè rifornimenti. Ma il peggio doveva ancora arrivare, un peggio inimmaginabile: la valanga che avrebbe travolto l’hotel di Rigopiano, in provincia di Pescara, uccidendo 29 persone.  Ognuno cercò di rendersi utile come meglio poteva. Poche settimane  dopo lo scrittore  Franco Pasquale chiese a un gruppo di scrittori e poeti abruzzesi di comporre un racconto o una poesia ispirandosi a quella tragedia. L’intento era quello di comporre un libro corale pubblicato dalla casa editrice Tabula Fati, i cui proventi sarebbero stati devoluti alla  Protezione Civile di Penne,  il comune più prossimo alla località del disastro.  Il libro, con il titolo Rigopiano. La terra e la neve,  è stato presentato pubblicamente in alcune città dell’Abruzzo, e oggi a un anno di distanza, con un pressing mediatico che ormai da giorni ricorda, commenta, propone punti di vista su quel disastro e sull’inchiesta della Magistratura in corso, credo sia utile rendere pubblico anche quel lavoro che ha coinvolto 37 autori e autrici.  Per il mio racconto avevo scelto  il tono della favola:  non era nelle mie corde raccontare il dolore dei sopravvissuti, e nemmeno sposare il luogo comune della “montagna assassina”. Parla invece degli animali che la abitano, e dei segnali che sicuramente seppero cogliere, loro sì,  dalle voci della natura, a differenza degli umani che quelle voci ignorarono.  Lo trascrivo qui sotto.

Una notte, la montagna.

Quel giorno così grigio da sembrare sospeso sull’orlo della sera era stato annunciato da una notte ancora più nera delle precedenti,  stretta dentro un buio che a tratti diventava opalescente e lucido per la neve che a fiotti incessanti precipitava giù dal cielo e ricopriva ogni cosa. Anfratti e alberi, ripari e rocce, tutto appariva come imprigionato in un silenzio immobile.   Solo a tratti percorso da sussurri impercettibili .

- Ho perso la strada del bosco, – disse la volpe dirigendosi verso le tenui spirali di fumo che salivano su dal paese, più a valle. Ogni traccia di sentiero era stata ricoperta e anche gli odori sembravano essersi smarriti dentro quel bianco ovattato. La volpe si aggirò nei pressi delle case, guardò dentro una finestra illuminata da qualche candela, poi si acquattò nel fondo di una legnaia dopo aver scrollato via dal mantello la neve che cominciava a ghiacciarsi. Si addormentò, e sognò. Sognò la montagna che parlava e urlava, come mai l’aveva sentita e nel sogno ebbe paura. Più in alto, dove le faggete erano così fitte che persino l’ àstore faticava a regolare il suo volo, un branco composto da tre lupi scendeva silenziosamente la montagna aggirando l’orlo del bosco, proprio sul margine del vecchio canalone che scorreva come argento vivo sotto la pelle della terra. Fiutavano l’aria con il muso alzato verso i fiocchi densi, e poi tornavano a guardarsi intorno, incerti sul cammino. Si fermarono.

- Ascolta, sento un fremito che corre dentro le vene profonde del bosco.

- Gli alberi si piegano, come tormentati dal vento.

- Ma non c’è vento, si piegano come per proteggersi dalla forza che sale dalla terra.

I lupi rimasero in ascolto, assorti, poi si allontanarono a testa bassa, tagliando il costone in diagonale, e risalirono i fianchi della foresta puntando a nord, dentro un mormorio incessante che come un brivido gorgogliava dalle profondità più scure, e si propagava alle zampe, spingendole ad accelerare il passo.

Appena dopo l’alba la bambina si svegliò nella casa buia con un grido che lacerò l’aria.

- Ho sognato un lupo, disse piangendo alla madre che cercava a tentoni di illuminare la stanza con un mozzicone di candela avanzato dalla sera prima.

- Ora ti scaldo una tazza di latte sulle braci del camino, anche oggi dovremo arrangiarci così, come si faceva un tempo nei paesi di montagna, quando non c’era gas né corrente elettrica. Ma tu raccontami del lupo che hai sognato.

- Era un lupo, ma anche un po’ volpe. Mi parlava con una voce uguale alla mia, voleva portarmi con sé, diceva. Vieni, diceva.

- I lupi non portano via le bambine, lo sai che sono favole, vero?

- Ma lui non voleva farmi del male, diceva che voleva portarmi in salvo. Via da qui.

- Dormi, è ancora presto. Andrò al lavoro, se hanno liberato la strada, ma verrà la vicina a vedere se hai bisogno di qualcosa.

Quando rischiarò un poco e venne giorno si vide che la neve aveva costruito muraglie impenetrabili tutto intorno al paese. E nessuno poteva più entrare né uscire da quella prigione stregata. La bambina guardò fuori dai vetri e salutò con la mano la volpe che le sorrise e si mise in cerca di cibo.

In alto sulla montagna, dalle creste più inaccessibili, un branco di camosci si affacciò all’orlo dei burroni e guardò giù. In fondo al canalone la sagoma del grande edificio ricoperto dalla neve quasi non si vedeva più; appena un baluginare di vetro nell’aria bianca. Si ritrassero allarmati, mentre la terra sobbalzava e tremava spinta dai recessi più profondi. Più e più volte. Poi, quando tutto sembrava ormai essersi quietato ed era sceso il silenzio, un nuovo lungo brivido scosse la montagna dalla cima. I camosci rimasero immobili, aggrappati agli speroni di roccia, mentre accanto a loro la terra mescolata con la neve e il ghiaccio cominciò a scivolare lentamente a valle; poi sempre più veloce, trascinava nella sua corsa rocce e pietre e alberi, giù lungo il sentiero scavato dal tempo, ritrovando la memoria di antichi cammini.

- Che si salvino almeno i cuccioli degli uomini e degli animali, disse lo spirito della montagna risvegliandosi dal sonno, urlando dentro il fragore della valanga.

E così accadde che due grandi cani montanari sbucarono dalla massa bianca e silenziosa e scesero correndo a valle, forse per chiamare aiuto. Ma solo dopo essersi accertati che i loro cuccioli fossero al sicuro, protetti da mura solide. Negli stessi istanti  la voce di una madre cominciò a chiamare, ostinata, nel buio immobile, per consolare altri cuccioli, e infondere loro coraggio. Per molte ore ancora la vita sulla montagna rimase abbracciata alla morte; poi si sciolsero dall’abbraccio e ripresero ognuna la propria strada. E allora nel grande silenzio ogni cosa, animali e umani, alberi, rocce, neve, ogni cosa ritrovò il proprio posto. Dentro la morte o dentro la vita. Nel buio illuminato dalle voci, con dolore e paura, con gratitudine e meraviglia.