Sul nuovo numero di Leggendaria Le mie Donne che non muoiono raccontate da Paola Meneganti
«Attenta, sta arrivando. Presto, sbrigati, cancella col palmo della mano le tracce del pelo nero, così visibili sul tessuto chiaro del divano. Ecco fatto.
Preparati, stai pronta. Mettiti seduta, guarda fuori. Forse riuscirai a ingannarlo. A volte ti riesce, non sempre, solo a volte. Quasi mai».
Il terrore che prova una moglie nei confronti di un marito violento può nascere anche da questo: il pelo nero è quello di una gatta che le fa compagnia di nascosto, ma si tratta di «una gatta clandestina. È tutta nera e bellissima; lui diceva che gli dava allergia e l’ha cacciata di casa a pedate, ma solo perché è superstizioso e la teme e la odia, quasi quanto odia me… Se potesse cancellarmi dalla sua esistenza lo farebbe subito, ma deve stare attento, per lui sono un incidente da tenere a bada. Non ha fretta, sta solo prendendo tempo, ne sono sicura; togliermi anche l’affetto di un gatto fa parte del suo piano, uccidermi lentamente, senza sporcarsi le mani. Esasperarmi, provocarmi. Chissà, potrei anche decidere di farmi fuori da sola un giorno o l’altro, per la disperazione».
È uno dei comportamenti violenti maschili rappresentati in modo vivido e partecipe da Maristella Lippolis nel suo ultimo libro, Donne che non muoiono. Lippolis dedica il suo lavoro «Alle donne, ai silenzi e alle parole. Ai gatti neri. Agli uomini che sanno ascoltare. A noi, cerchi mobili che si chiudono e si aprono con nuovi anelli. Marea che sale, poi si calma ma rimane al largo e arriva quando gira il vento. E travolge. Ai libri che salvano». E la marea è quella del femminismo/dei femminismi, delle donne che sono in relazione e che si battono contro la violenza e per affermare la libera soggettività femminile. Può accadere per caso, può accadere perché la vita riserva sorprese al momento giusto – il kairos nelle nostre esistenze, «quei fatti che cambiano il corso della vita. E che ti mettono in salvo»; oppure con il passaparola, con le parole che corrono dopo che, magari, si è notato un silenzio, eccessivi silenzi.
Il romanzo di Lippolis si inserisce in una realtà troppo spesso orribile. Mentre scrivo, è lacerante la vicenda di Martina, uccisa a quattordici anni perché aveva lasciato un “lui”, peraltro giovanissimo anch’egli. E non scrivo con scelta deliberata “il suo ex ragazzo”, perché mi pare che questo riporti a una dimensione di vicinanza affettiva che in questo orrore proprio non deve esserci. Una mattanza, quella che coinvolge troppe donne, giovani o meno, di ogni classe sociale.
Nel suo libro, Lippolis racconta la storia intrecciata di un gruppo di donne che si trovano a dover affrontare, o che hanno affrontato, uomini violenti, o che intendono aiutare chi la violenza subisce. Queste donne però vogliono uscire a tutti i costi dalla postura di vittima: la misura è colma, e occorre difendersi. Insieme. Se uno degli sfregi peggiori della violenza psicologica compiuta da un uomo consiste nel distruggere la consapevolezza di sé e delle proprie capacità di una donna, le protagoniste scoprono di avere coraggio, di possedere risorse sconosciute a loro stesse, moltiplicate e affinate dalla relazione tra loro. Relazione che nutre, che accompagna, che salva. Così come la presa di parola. Raccontare, raccontarsi aiutate dalla lettura di libri («che salvano, o parlano di salvezze») e dalla visione di film, sempre insieme.
Lippolis non manca di sottolineare come gran parte degli episodi di violenza e di femminicidio avvengono da parte di uomini molto vicini alle vittime. «[…] c’era solo la sua violenza, come ce ne sono tante tra le mura domestiche: che termine ridicolo, pensa, inventato per suggerire la consuetudine rassicurante di una casa.
Cure domestiche, faccende domestiche, chi è la tua domestica? violenza tra le mura domestiche, qualcosa di accettabile destinato a durare, stabile come le mura della casa. Ci si rassegna a pensarla così, e rassegnarsi prevede solo qualche timida ribellione. Ora però è diverso. Cosa è cambiato, si chiede. Sono cambiata io, la risposta è semplice». E le tappe di questo cambiamento si snodano attraverso vari passaggi: il senso di colpa («di essermi fidata. Di essermi illusa»), la fatica («la fatica di immaginare un’altra vita, di progettarla»), la vergogna («A chi avrei potuto raccontare quello che mi stava accadendo?») e salvarsi («Posso ancora farlo? Melania dice di sì, lei fa parte della mia possibilità»).
Parola magnifica, possibilità. Fa parte di quelle parole che aprono mondi e creano futuro, consentendo di uscire da ragnatele fitte, «a maglie di ferro». Dalle «decine di […] mura domestiche che proteggono poco e nascondono molto. Per fortuna o purtroppo, dipende dai punti di vista, le mura domestiche difficilmente parlano. Altrimenti urlerebbero».
L’esito finale del libro di Lippolis è intrigante e sorprendente. Ovviamente non lo racconterò, ma un piccolo indizio è nel titolo di uno di quei libri che il gruppo di donne si è raccontato: Donne che non perdonano di Camilla Lackberg. Donne, scrive l’autrice, «che si sono stancate di perdonare». Che hanno detto basta. E questo libro di Maristella Lippolis sarà prezioso sia per chi intende dire basta, sia per chi ha la sensazione che non possa essere combattuto «il bracconiere (che) sta per raggiungere la sua preda». Perché «là fuori ci sono un sacco di donne che hanno bisogno di una mano». E questo ci interroga e ci responsabilizza tutte e tutti.






